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Docenti e “lavoro sommerso”: l’esercito degli invisibili che sostiene la scuola (gratis)

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Preparazione lezioni, correzioni e burocrazia: perché migliaia di ore extra non finiscono mai in busta paga. Il nodo del contratto e la beffa dei buoni pasto.30 cfu art. 13 percorsi abilitanti - orizzonte docenti - preparati direttamente da casa e abilitati su un'altra classe di concorso

ROMA – Non si vede, ma c’è. È il “lavoro sommerso”, quella galassia di attività che ogni docente svolge quotidianamente lontano dalla cattedra e che rappresenta, di fatto, il motore silenzioso del sistema scolastico italiano. Un impegno che però, paradossalmente, resta invisibile per il portafoglio.

Mentre il dibattito sul rinnovo contrattuale del comparto Istruzione resta acceso, la categoria solleva una questione di dignità salariale: come è possibile che ore indispensabili di studio e correzione non vengano retribuite?

L’identikit del lavoro “invisibile”

Il lavoro del docente non finisce al suono della campanella. Esistono tre macro-aree che occupano gran parte della settimana lavorativa ma che sfuggono a qualsiasi conteggio ufficiale:

  • Progettazione didattica: lo studio e la ricerca di materiali per rendere le lezioni efficaci e inclusive.

  • Valutazione: la correzione dei compiti, un carico che varia drasticamente tra le materie ma che non viene mai meno.

  • Burocrazia e organizzazione: tutto il coordinamento necessario affinché la “macchina” scuola funzioni correttamente.

Perché il contratto “ignora” queste ore?

Il problema è strutturale. Il contratto collettivo nazionale della scuola è ancora ancorato a una logica di presenza fisica, faticando a recepire la natura flessibile del lavoro intellettuale svolto fuori sede.

Uno dei punti più critici è il cosiddetto “criterio delle 6 ore”. Nel pubblico impiego, benefici come i buoni pasto scattano solo dopo 6 ore di servizio continuativo in sede. Un docente può trascorrere 5 ore in classe e altre 4 a casa a correggere temi, ma per lo Stato non avrà diritto al ticket, poiché il lavoro domestico non viene conteggiato. Inoltre, la natura “privatistica” del contratto (introdotta nel 1995) non è riuscita a superare parametri rigidi che considerano il docente “a disposizione” quasi implicitamente per tutto l’anno scolastico.

Una zona grigia non quantificabile

Se per il personale ATA (amministrativi e collaboratori) l’orario è fisso e misurabile, per i docenti la quantificazione resta un miraggio. Il contratto attuale prova a “recintare” il tempo extra con il pacchetto delle 80 ore annue (40 per i collegi docenti e 40 per i colloqui con le famiglie). Tuttavia, si tratta di una cifra forfettaria che non tiene conto del tempo reale speso quotidianamente nello studio e nella valutazione, che rimane dunque una “zona grigia” priva di copertura economica specifica.

La spinta dei sindacati: “Questione di giustizia”

Con un’inflazione che ha toccato vette preoccupanti (18% secondo le ultime stime), il tema non è più solo professionale ma di pura sopravvivenza economica. I sindacati denunciano come gli aumenti stipendiali siano stati erosi dal carovita, lasciando i docenti con una retribuzione che non rispecchia lo sforzo reale.

“Il lavoro sommerso è un tema di giustizia retributiva”, spiegano le sigle sindacali. La richiesta è chiara: uscire dall’ambiguità e riconoscere, anche attraverso strumenti di welfare o voci specifiche in busta paga, che la qualità della scuola italiana poggia su migliaia di ore di lavoro che, ad oggi, lo Stato riceve in regalo.

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