Gli effetti della direttiva di Brunetta inviata all’Aran: dal 2008 per prof e Ata nessuna certezza.

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Contratto nuovo, paga più bassa. Il salario accessorio non sarà per tutti, andrà solo ai migliori.

Antimo Di Geronimo  da ItaliaOggi, 11.11.2008
Più soldi ai prof e agli Ata che lavorano meglio. Per tutti gli altri, lo stipendio non solo non crescerà allo stesso modo, ma addirittura si abbasserà rispetto alle attuali buste paga. Perché perderanno la quota legata alla retribuzione professionale. Poche decine di euro, ma che comunque, in tempi di magra, facevano comodo. Il governo, infatti, ha deciso di non versare più versata la cosiddetta retribuzione professionale ai ai docenti (per il personale ausiliario, tecnico e amministrativo si tratta del compenso individuale) che non raggiungeranno livelli di produttività predefiniti. E’ quanto si evince dall’atto di indirizzo predisposto dal ministro della funzione pubblica, Renato Brunetta, d’intesa con il ministro dell’istruzione e università, Mariastella Gelmini. Atto che è stato inviato all’Aran per dare il via al tavolo negoziale per il rinnovo del contratto di lavoro della scuola 2008/2009 (si veda ItaliaOggi di venerdì scorso). Per il prossimo rinnovo contrattuale è previsto, infatti, un adeguamento al costo della vita pari al 3,2%: un tasso pari al livello di inflazione programmata. Che però è lontano dal tasso di inflazione reale che dal gennaio 2007 a settembre 2008 % si è mangiato il 7% delle retribuzioni reali (fonte Istat). Secondo quanto si evince dall’atto di indirizzo, dovrebbe cambiare il sistema di maturazione delle retribuzioni. Una parte del salario continuerebbe ad essere versato a tutti. E cioè lo stipendio tabellare e l’indennità integrativa conglobata. E un’altra parte, il salario accessorio, verrebbe versata: «in relazione alla qualità, produttività e capacità innovativa della prestazione lavorativa» . E tenendo presente che «il nuovo contratto dovrà garantire la correlazione degli incrementi retributivi al perseguimento della massima efficienza». Il compenso accessorio insomma non sarà più una mera voce della busta paga, ma diventerà una specie di premio legato «alla qualità della prestazione ed al risultato, nell’ottica di un continuo miglioramento del livello di servizio del sistema scolastico». E per fare questo, secondo Brunetta, l’erogazione delle somme dovrà avvenire solo all’esito positivo di un processo di valutazione. E non per tutti, ma solo una platea limitata e predefinita. Insomma una specie di concorso interno permanente. I vincitori avranno quello che oggi si ottiene con la presentazione normale. Gli altri, invece, subiranno una decurtazione dello stipendio. La parte di retribuzione messa in palio sarà costituta dal cosiddetto compenso individuale accessorio, per il personale Ata. E per gli insegnanti, dalla retribuzione professionale docente. Resta da vedere quali saranno i criteri e i metodi che saranno adottati per la valutazione. E soprattutto chi saranno i valutatori. Se il disegno di legge di Valentina Aprea (presidente della commissione cultura della camera) sarà approvato, con ogni probabilità sarà il dirigente scolastico a provvedere a questi adempimenti, affiancato da una commissione di esperti. Ipotesi che già sulla carta risulta poco gradita ai sindacati, anche a Cisl, Uil e Snals che pure l’intesa a Palazzo Chigi sul rinnovo dei contratti l’anno firmata. In alternativa non resterebbe che un organo esterno, come per esempio l’Invalsi già oggi operativo nella scuola come valutatore.
Non di meno i nodi da sciogliere sono di non poco conto. Se da una parte è ipotizzabile una valutazione più o meno oggettiva sul lavoro amministrativo, tecnico e ausiliario, la stessa cosa non può dirsi per la prestazione di insegnamento. Il lavoro dei docenti, infatti, presuppone una prestazione che, ha sua volta, è l’effetto di un’obbligazione di mezzi. In parole povere, il docente non può garantire che gli alunni studino e facciano progressi in modo soddisfacente. Può solo mettercela tutta perchè ciò avvenga. E se poi il risultato non arriva non è colpa sua. D’altra parte, se così non fosse, non si spiegherebbe per quale motivo, nella stessa classe, con lo stesso docente, alcuni alunni vanno bene e altri no. Non solo. Legare la valutazione ai risultati degli alunni potrebbe ingenerare situazioni paradossali. Come per esempio, la decurtazione dello stipendio ai docenti che lavorano nelle periferie delle grandi città in situazioni di maggiore onerosità dovuta al disagio sociale. E per contro, la concentrazione dei primi retributivi in scuole dove di solito si orientano le scelte degli alunni più studiosi. Per esempio i licei classici.

 

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